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Le tecnodipendenze fanno parte della macro branca delle new addiction.
Il rapporto tra l’uomo e la tecnologia nell’epoca attuale diviene ogni giorno più esteso, complesso e articolato, modifica gli stili di vita e comportamenti, i modi di sentire e di pensare, influenza le scelte dei singoli e della collettività ed è dunque da ritenere il primo e più importante fattore di mutamento sociale, culturale e psicologico. In un senso molto generale siamo tutti diventati, anche nostro malgrado, tecno dipendenti, in quanto nessuno oggi può fare a meno di strumenti e apparecchiature tecnologiche che si distribuiscono lungo una scala molto vasta, che va dalle quotidiane situazioni domestiche e lavorative a esperienze ed esigenza in ambito di settori scientifici o culturali molto ristretti, dalle recentissime nano tecnologie che stanno per trovare impiego in una quantità di applicazioni cliniche biologiche, alle tecnologie satellitari planetarie e alle stazioni orbitali spaziali che rappresentano la punta più avanzata nel tempo nello spazio del nostro bisogno di comunicare.
La tecnologia è oggi impegnata nella creazione di mondi, siano questi sensoriali, psichici, virtuali, digitali, telematici e che in ogni caso tali mondi sono già divenuti una parte discretamente consistente della nostra esperienza umana. Fanno parte delle dipendenze tecnologiche quella da videogiochi, televisione, cellulari, internet e tutto ciò che si può raggruppare nella tecnologia e non per forza di ultima generazione.
La dipendenza da Internet, meglio conosciuta nella letteratura psichiatrica con il nome originale inglese di Internet addiction disorder (IAD), è un disturbo da discontrollo degli impulsi e il termine è stato coniato da Goldberg nel 1995.
All’oggi la dipendenza da Internet non può essere considerata uno specifico disturbo psichiatrico, ma piuttosto un sintomo psicologico che può connettersi a differenti quadri diagnostici e clinici.
Anche in Italia la discussione e lo studio sulla dipendenza da Internet sono ampiamente avviati e, dal primo lavoro pubblicato in Italia dallo psichiatra Tonino Cantelmi nel 1998 sono stati pubblicati numerosi studi, senza però arrivare ad una definizione che sia univoca e accettata da tutti.
Nel novembre 2009 è stato aperto il primo ambulatorio ospedaliero italiano specializzato nella dipendenza da Internet all’Ospedale Policlinico Gemelli di Roma.
La dipendenza da Internet è in realtà un termine piuttosto vasto che copre un’ampia varietà di comportamenti, ai quali sottostanno da un punto di vista psicologico problemi nel controllo degli impulsi (Cantelmi, Talli, 2007) e difficoltà nel regolare gli stati emotivi dolorosi (Schimmenti, Caretti, 2010). Inoltre la dipendenza da Internet e la dipendenza dal computer sono ormai inscindibilmente legate e a volte si usano i termini dipendenza online o dipendenza tecnologica per indicare il fenomeno nel suo complesso.
Il problema nasce nel momento in cui Internet diviene il principale interesse nella vita del soggetto conducendolo a un graduale isolamento. La rete assume nuovi significati: un rifugio, un’alternativa della realtà, un mondo parallelo. La persona ne viene assorbita completamente a discapito degli altri ambiti di vita (affettivo, relazionale, familiare, professionale, scolastico ecc).
Nelle Internet dipendenze così come più in generale in molte altre dipendenze tecnologiche, un fattore promuovente l’abuso può essere rappresentato dalla facilità e dalla rapidità con le quali può essere ripetuta o protratta l’esperienza, tali aspetti divengono elementi indiretti di rinforzo oltre che stimolare l’instaurarsi di una condotta di tipo compulsivo. In ogni caso la presenza in tutte le forme di Internet addiction del fattore comunicazionale, può fare ipotizzare una sorta di addiction specificamente legata alla comunicazione. Il Cyber dipendente potrebbe essere quindi un soggetto che ha difficoltà a comunicare, che ha una nozione spazio temporale alterata e che
cerca incessantemente e mezzo per esprimere superare il proprio malessere. Questo potrebbe in parte spiegare la quantità di ore trascorse in connessione, come molti autori hanno rilevato, di soggetti che hanno difficoltà a comunicare con gli altri nella vita reale che sono le persone più suscettibili a divenire dipendenti dalle possibilità di comunicazione offerte dal Web.
Secondo Young, fondatore del Center for Online Addiction statunitense, esistono diversi tipi di dipendenza da Internet:
Dipendenza cybersessuale (chi ne soffre solitamente utilizza, scarica e commercia
materiale pornografico online, oppure naviga su chat per soli adulti),
Si associano all’Uso Patologico di Internet, disturbi d’ansia o dell’umore anche se non è chiaro se siano causa o effetto.
L’Internet Addiction è inoltre spesso associata ad altre dipendenze (alcol, sostanze, shopping compulsivo, gioco d’azzardo patologico, sex addiction ad esempio) e a disturbi di personalità (narcisistico, antisociale, borderline): in questo caso il web potrebbe essere considerato un modo per rendere esplicite le caratteristiche di tali disturbi, generando poi una vera e propria dipendenza. È stato infine dimostrato come Internet possa generare quadri dissociativi, in particolare nella dipendenza da giochi di ruolo on-line, con veri e propri fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione, chiamati “trance dissociativa” (Caretti et al., 2005).
La televisione nasce quale strumento di comunicazione e informazione e si è, nel tempo, guadagnata un ruolo insostituibile tra le attività che ogni individuo svolge nella propria giornata.
Così come ogni altro mezzo di comunicazione, anche la TV può essere utilizzata in modo assennato o nocivo: la teledipendenza si sviluppa dal cattivo uso e, successivamente, dall’abuso di questo strumento.
È importante notare come il ruolo originariamente svolto dalla TV sia andato connotandosi man mano in modo differente: da mezzo d’informazione e di svago, alla televisione è stato poi attribuito un ruolo d’intrattenimento e addirittura educativo nei confronti soprattutto del pubblico più giovane.
Alla TV è assegnato non solo il compito di suggerire stili di vita, d’abbigliamento, comportamentali, ma anche i valori morali: modelli da imitare e con i quali identificarsi, ormai sempre meno reperibili nel mondo reale (Popper, 1994). Inoltre, essa assolve la funzione di antidoto “virtuale” alla solitudine (si pensi al ruolo di compagnia che essa svolge nella vita delle persone anziane) e in molti casi è il rifugio che permette di fuggire e d’isolarsi dai problemi e dalle responsabilità quotidiane.
La dipendenza da televisione è strettamente legata a due tipi di comportamento, ossia il tele abuso, cioè un uso quantitativamente smodato, e la tele fissazione, vale a dire un atteggiamento passivo, isolato ed esclusivo del soggetto di fronte alla TV.
Questo atteggiamento è tanto più rischioso se si considera una caratteristica importante della televisione e cioè il potere di impegnare non solo i sensi della vista e dell’udito, ma anche la sensibilità e le emozioni.
La televisione è infatti in grado di influire sull’emotività, sulla parte irrazionale del cervello; addirittura, in determinate condizioni, questo genera effetti ipnotici.
L’abuso e l’atteggiamento passivo e succube verso la televisione causano effetti deleteri, come l’incapacità a distinguere la realtà dalla finzione o dalla descrizione televisiva della realtà, oppure come l’isolamento sociale ed il deterioramento dei rapporti con gli altri.
Il telefonino rappresenta ormai un oggetto di uso comune; se in passato lo possedevano solo determinate persone che se ne servivano per questioni strettamente correlate alla propria attività lavorativa ed alla necessità di essere sempre e costantemente reperibili, oggi chiunque ne possiede uno indipendentemente dall’età o dal ruolo sociale che riveste.
Alla maggiore diffusione del cellulare consegue un maggiore utilizzo dello stesso: non c’è momento della giornata o attività che, in un modo o nell’altro non viene organizzata o scandita da suonerie di chiamate, sms, sveglia, promemoria: per queste e mille altre necessità ormai ci si affida al telefonino.
Grazie al telefonino è costruita l’illusione di sicurezza e di controllo totale sulla nostra vita: i genitori sono tranquilli perché possono raggiungere i figli e sapere sempre dove si trovano (e viceversa), ognuno, in ogni situazione sa di poter contare, anche a distanza sulla presenza virtuale dei propri amici e parenti e quindi si sente meno solo; l’agenda e i promemoria permettono di non dimenticare le faccende importanti, inoltre è possibile servirsi del cellulare a scopo ricreativo, come “riempi tempo”: anche l’apparecchio più semplice è dotato di funzioni quali giochi, foto-videocamera, radio, MP3, e così via.
Da semplice strumento di comunicazione il cellulare ha dunque finito per assumere valenze psicologiche di tutt’altra natura. In primo luogo, il cellulare permette di gestire la distanza nella
comunicazione in due diverse maniere: se da un lato annulla la distanza tra colui che telefona ed il destinatario della chiamata, creando una falsa vicinanza ed un certo controllo sull’altro che diventa sempre reperibile e localizzabile; d’altro lato, permette a chi telefona di stabilire una distanza di “sicurezza” dall’altro. Questo significa che il cellulare, mediando il contatto, permette a chi chiama di evitare di mettersi direttamente in gioco. Attraverso questo confronto indiretto il soggetto si tutela dall’impatto emotivo che un “faccia a faccia” inevitabilmente comporta. Ma una
comunicazione di questo tipo non può, se non illusoriamente, sostituire quella reale, senza saturarla o falsarne le dinamiche.
L’oggetto-cellulare diventa allora il segno di questa possibilità di contatto, e in questo caso il telefonino diventa un oggetto irrinunciabile, pena sentirsi totalmente abbandonati, spegnerlo o non recarlo con sé finisce per significare il ritorno nella solitudine, l’abbandono a se stessi e quindi malessere.
Questo atteggiamento apre la via all’abuso ed alla dipendenza. Non riuscire a fare a meno del telefonino significa anche non riuscire a distinguere la propria sfera personale e privata, dalla pubblica, ossia da quella condivisibile ed aperta agli altri.
Il rischio che l’abuso di questo mezzo di comunicazione implica consiste nel progressivo disimpegno e nella conseguente incapacità a relazionarsi con gli altri, inoltre si disimpara ad accettare i tempi reali delle relazioni poichè il telefonino crea l’illusione che tutto sia immediato indipendente da tempi e spazi quando invece ogni contatto e ogni interazione possiede ritmi peculiari e differenti, non omologabili.
L’uso problematico (soprattutto abuso) del cellulare può provocare una dipendenza, le cui conseguenze si ripercuotono tanto sulla salute fisica (mal di testa, vertigini, ecc) quanto sulla mente (per es. la necessità di stabilire un continuo contatto con i propri cari può provocare una dipendenza affettiva) quanto sociali (la mediazione del cellulare invece di risolvere problemi relazionali, li cronicizza).
Il gioco accompagna tutta la vita di una persona e rappresenta un’importante valvola di sfogo, un mezzo ricreativo fondamentale per far fronte allo stress e per scaricare la tensione accumulata durante le ore dedicate alle attività lavorative o alle responsabilità.
Per tutti questi motivi occorre tener presente che, di per sé, il gioco è un’attività assolutamente utile, addirittura indispensabile.
Nel corso degli ultimi anni, però, il gioco come altri aspetti del vivere quotidiano, ha subito l’influenza dello sviluppo tecnologico: i videogiochi non sono altro che il frutto di questa evoluzione ed in questo senso non hanno necessariamente una valenza negativa.
I rischi sorgono quando al semplice giocare subentra un comportamento non più commisurato alla funzione ludico-ricreativa e al divertimento, bensì eccessivo sia in termini quantitativi (tempo dedicato) che qualitativi (il tipo di gioco, il senso che gli si attribuisce) e quindi problematico.
I videogiochi sono e restano giochi e, in quanto tali, non vanno demonizzati: infatti possono facilitare lo sviluppo di capacità come la velocità di reazione o decisionale; d’altro canto non bisogna dimenticare che alcune caratteristiche (per es. non è indispensabile avere uno sfidante in carne ed ossa; sono avvincenti; ecc.) li rendono possibili fonti di abuso e consumo eccessivo, fino all’insorgenza di vere dipendenze da videogiochi.
I videogames sono spesso utilizzati dal singolo che, in solitudine, instaura una vera e propria sfida nella quale l’antagonista non è altro che il computer: del resto del mondo non importa più nulla.
Così però s’acuisce la condizione di isolamento (con il relativo peggioramento dei rapporti interpersonali-sociali) nonché la perdita di contatto con la realtà (col tempo la sola realtà che il giocatore percepisce è quella virtuale proposta dal videogioco, del quale non può più fare a meno).
La macchina diventa un mezzo per costruire o consolidare la stima che il giocatore possiede nei confronti di se stesso. Ogni vittoria genera un effetto positivo sull’autostima, mentre la sconfitta implica la necessità di una rivalsa; dunque di un’ulteriore sfida col rischio che il bisogno di continuare a giocare diventi incontrollabile e quindi un desiderio problematico (“craving”).
Un ulteriore problema legato al videogioco ed ancora di più all’abuso riguarda il tipo di situazione proposta durante il gioco: spesso si tratta di scenari in cui prevale la violenza o l’aggressività oppure addirittura comportamenti inaccettabili dal punto di vista etico-morale. Le conseguenze sono da prendere seriamente in considerazione dal momento che gran parte degli utenti di videogames è costituita da bambini o ragazzi.
Ripercussioni nefaste nella dipendenza da videogiochi possono andare a discapito di:



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